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Garbo (missino), legalità e cocciutaggine: con Musumeci arriva il “modello Sicilia” – di Antonio Rapisarda

Premessa: con Silvio Berlusconi non si può mai sapere fino all’ultimo secondo. Detto ciò è davvero remota in Sicilia l’ipotesi di un “predellino sfascista” come è avvenuto con le Amministrative di Roma, quando con la sua sciagurata preferenza per Alfio Marchini impedì a Giorgia Meloni di arrivare al ballottaggio contro Virginia Raggi. La notizia, dunque, è che Nello Musumeci sarà il candidato unitario della destra e di gran parte del centro per le Regionali del 5 novembre prossimo. L’entità di questa proposta “identitaria” – come sta emergendo dalle cronache e dagli scenari – scavalca di gran lunga le dinamiche (contorte, assurde e in parte miserabili, parola di siciliano) della politica al di qua dello Stretto e non solo perché si tratta dell’ultimo test elettorale prima delle Politiche. Vediamo perché.

Quella di Nello Musumeci prima di ogni altra cosa è, dal punto di vista dei rapporti tra forze in campo, una vera e propria vittoria del “merito” in politica, dato che il “metodo” – uno su tutti, le primarie – è stato rottamato dalla solita idiosincrasia del Cavaliere per i percorsi che non prevedano la sua investitura diretta. Per diverse settimane, infatti, si è davvero rischiato che la Sicilia potesse diventare il terreno dei rinnovati “capricci” (desiderata) dei berluscones, legati al cosiddetto “partito azienda” (l’ala terzista, renziana, di Forza Italia), o degli “esperimenti” (lo sparigliamento delle carte) di Berlusconi stesso, intimorito e infastidito in realtà dall’eccessivo protagonismo dei giovani alleati Meloni e Salvini in una terra dove Forza Italia ha ancora lo scettro dei voti ma non possiede l’anti-5 Stelle.

Il “merito” di questa sortita di chi è allora? In parte dei leader sovranisti. A partire da Meloni che a fine luglio scorso ha affiancato e sostenuto la candidatura del fondatore di “Diventerà bellissima” proprio nel momento in cui in Forza Italia emergevano “dubbi” e avversità al «candidato troppo di destra», quello che «spaventa i moderati» e che con il pedigree «li faceva scappare». In realtà questa tesi si è rivelata per quello che era: una vera e propria sceneggiata in politichese. Ossia il tentativo da parte di Gianfranco Micciché, plenipotenziario azzurro nell’isola (non gradito da tanti dei suoi, per non parlare del grosso dell’elettorato diffuso di centrodestra), di ottenere l’appoggio di Angelino Alfano e delle truppe sparse di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo: viceré, questi ultimi due, che pensano a una Sicilia “eterna”, ossia ancora impantanata nel miele della democristianeria, e di dover ottenere per questo ancora oggi corvée, di poter dare ancora carte e patenti.

Se Meloni e Salvini hanno fatto una scelta di campo – sul modello ciò che è avvenuto a Genova – il merito fondamentale di questo snodo cruciale nel profondo Sud è, ovviamente, di Nello Musumeci. L’ex presidente (due volte) della Provincia di Catania – missino e gentiluomo di una volta, già eurodeputato e contraltare (più che polemico) di Gianfranco Fini in An, ai tempi in cui Fini era leader indiscusso e non discusso, nonché ex sottosegretario nell’ultimo governo Berlusconi – ha rappresentato l’unica vera opposizione al governo di Rosario Crocetta all’Ars assieme al Movimento 5 Stelle. Lui «ontologicamente di destra», che ha fondato un movimento civico ispirato all’antimafia concreta e mai paranoica di Paolo Borsellino («Un giorno questa terra sarà bellissima»), è riuscito a tenere la barra dritta dopo lo shock del 2012 (quando metà Pdl e la truppa di Fli ruppero l’alleanza determinando la vittoria di Crocetta) e a lavorare in solitaria da quel giorno nella definizione di una proposta partecipata dal basso sulla quale i partiti nazionali – ormai destrutturati e senza più, tranne qualche eccezione, vera classe dirigente locale – hanno dovuto necessariamente convergere.

Proposta, quella di Musumeci, che – e questo è un ulteriore merito – rappresenta una novità non solo per un centrodestra siciliano fermo da troppo tempo a rappresentare solo un granaio di consensi per i partiti nazionali ma anche rispetto al nuovismo del Movimento 5 Stelle che, se non avesse contro l’esponente della destra, conquisterebbe di certo palazzo d’Orleans. Nei confronti del candidato di “Diventerà bellissima”, infatti, la propaganda pentastellata fatica maledettamente a contrapporre argomenti. Sul tema della legalità e del contrasto alla criminalità organizzata, ad esempio, Musumeci vanta rispettivamente: un’esperienza di buona amministrazione senza alcun coinvolgimento giudiziario; una contrapposizione agli interessi mafiosi che gli è costata anni di scorta; una gestione della Commissione regionale Antimafia – con tanto di inchiesta sullo scandalo dei Cara – apprezzata da tutti, inclusi i grillini.

Si è dovuto arrendere all’evidenza – ossia ai suoi amati sondaggi che hanno indicato Musumeci come unico candidato vincente nel centrodestra – lo stesso Cavaliere. E se non fossero stati i sondaggi a convincerlo lo avrebbe compreso di certo dai movimenti centrifughi di diversi uomini forti di Forza Italia in Sicilia che, per la prima volta nella storia del partito di Berlusconi, hanno chiaramente manifestato il proprio dissenso nei confronti di chi tra i vertici contestatava strumentalmente la convergenza su Musumeci.

Alla fine, insomma, la “cocciutaggine” (come la chiama Pietrangelo Buttafuoco) di Nello Musumeci ha avuto la meglio sull’arbitrio delle segreterie, sul nichilismo tutto siciliano e sugli “architetti” che già speravano di utilizzare la Sicilia “perduta” alla stregua di Roma come la tappa per favorire “grandi alleanze nazareniche” in funzione anti-Grillo in vista delle Politiche. Adesso, invece, la coalizione può giocarsela, come è avvenuto a Genova, e lanciare dalla Sicilia un effetto trascinamento che porta dritto alle Politiche. E tutto questo, in attesa di un metodo, è un “merito” che la destra politica potrà rivendicare. E dal quale ripartire.

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