Convegni

"POPOLARI & POPULISTI". ECCO PERCHE' MARINE HA PERSO E LA DESTRA ITALIANA PUO' VINCERE

di Adolfo Urso

Il risultato conseguito da Marine Le Pen è quasi il doppio di quello raggiunto da suo padre nel celebre confronto con Chirac del 2002, ma comunque ben lontano dalla conquista dell’Eliseo. Cosa ha conseguito e cosa le è mancato. Ha conseguito una parte dell’elettorato di Fillon, che non ha seguito le indicazioni del suo leader. Le è mancato l’elettorato di Mèlenchon malgrado la ambigua posizione del suo leader, che di fatto, rifiutandosi di indicare Macròn, aveva lasciato via libera al voto verso Marine Le Pen.

Marine ha sfondato a destra ma non ha sfondato a sinistra. Anche in Francia, dove proprio lei da tempo teorizza che la lotta non sia più tra destra e sinistra ma tra “basso” e “alto”, popolo contro élite, in realtà continua ad essere soprattutto ancora fra destra e sinistra. Rispetto a quindici anni fa, quando tutto l’”arco repubblicano” si schierò contro Le Pen padre, che nel ballottaggio raccolse un misero 17,79 per cento; stavolta l’”arco repubblicano” non ha retto, perché parte della destra gollista ha preferito un voto di destra come Le Pen rispetto ai valori “repubblicani” che Macròn e lo stesso vertice gollista hanno continuato a richiamare.

Non sappiamo cosa sarebbe successo quindici anni fa se al ballottaggio contro Le Pen fosse finito l’allora candidato socialista, Lionel Jospin, peraltro talmente debole da perdere la seconda posizione, non sappiamo cioè se già allora una parte del voto gollista sarebbe comunque andato su Le Pen padre, se in ballottaggio fosse finito un socialista; francamente dubitiamo però che si sarebbe verificato quel che è accaduto stavolta perché Marine ha comunque realizzato in questi anni una autentica e lodevolissima metamorfosi del suo partito, predisponendosi a raccogliere una parte consistente del voto gollista.

Peraltro, non sappiamo nemmeno stavolta cosa sarebbe accaduto se fosse stato il gollista Fillon a finire in ballottaggio contro Marine Le Pen, come era nelle previsioni qualche mese fa. Probabilmente, Marine avrebbe conseguito meno voti di quanto abbia raccolto comunque nella sfida finale persa nettamente contro Macròn, perché l’elettorato di centrosinistra appare meno propenso di quello gollista a confluire su di lei, come peraltro accadde con il padre quindici anni fa. Certo, Marine avrebbe ottenuto molto più del padre ma altrettanto certamente meno di quanto abbia comunque conseguito oggi.

Marine Le Pen è riuscita ad attrarre circa la metà del voto gollista, anche perché, per la prima volta, ha spezzato l’”arco repubblicano” con il sostegno palese del gollista dissidente Dupont-Aignan, che al primo turno aveva conseguito, su tesi comunque “sovraniste”, oltre il 5 per cento: una percentuale quasi simile a quella del candidato ufficiale del Partito socialista, di cui si è perso nome e volto. L’alleanza al secondo turno tra Marine e Dupont-Aignan è la vera novità politica della elezione presidenziale che potrebbe avere già riscontri positivi alle imminenti elezioni legislative.

Marine peraltro aveva ben capito la antifona, richiamandosi più volte a De Gaulle, negli interventi durante il ballottaggio, e in tal modo prendendo di fatto ancor più le distanze dal padre che considerava De Gaulle un nemico e che si richiamava esplicitamente alla Francia di Petàin. In questo modo, Marine di fatto rinunciava alla sua tesi del “basso” contro l’”alto” per ricollocarsi sull’asse tradizionale destra-sinistra. Probabilmente non avrebbe fatto altrettanto se al ballottaggio fosse finito Fillon e non Macròn. Probabilmente, avrebbe ottenuto molto di più se fosse riuscita a spezzare prima il fronte repubblicano, perché i voti delle destre in Francia sono ancora tendenzialmente maggioritari, malgrado il fenomeno Macròn, che certamente ha aggregato parte dei voti moderati sin dal primo turno.

Cosa insegna il dato francese? Insegna tre cose, che la destra italiana deve tenere in debito conto nella preparazione della sua proposta politica. Primo: in questa fase in Occidente l’elettore è alla ricerca della novità e Macrón come Trump rappresenta certamente un fattore di novità. Il candidato alla guida del centrodestra italiano non può essere un già visto ma deve necessariamente rappresentare una novità, rispetto a Renzi e allo stesso Grillo, che hanno calcato la scena in questa legislatura, ancorché nessuno dei due sieda in Parlamento.

Secondo: In Europa comunque si voglia, resta forte il timore che senza Euro sia peggio. La Le Pen ha perso sull’Euro? Si, forse ha perso soprattutto sull’Euro, come dimostra la cattiva performance su questo tema nell’unico confronto televisivo con Fillón. In Europa prevale ancora più il timore della instabilità, del cosiddetto “salto nel vuoto”, rispetto alla pur forte ostilità nei confronti dell’Euro che non va, però, mai confusa con una nostalgia per le monete nazionali che francamente non ci sembra di percepire, tanto meno nei confronti della Lira.

Terzo: la destra vince solo se mette insieme Popolari e Populisti. In Francia Marine ha provato a farlo negli ultimi giorni. Troppo tardi. Troppo ampio era il divario storico e valoriale da colmare in pochi giorni. In Italia, a differenza che in Francia, Popolari e Populisti, sono sempre stati alleati e pienamente interpretati, anche se in modo diverso, da Berlusconi e dalla coalizione nata nel ’94. Berlusconi aveva già rotto allora l’”arco costituzionale”, con la celebre dichiarazione su Fini al ballottaggio di Roma del ’93. In Italia, Popolari e Populisti hanno oggi il dovere di stare uniti oggi più di ieri, perché siamo in un sistema tripolare in cui vince la lista che ha un voto in più. Scriviamo vince e non governa, perché allo stato, con la legge elettorale vigente, chi vince comunque non governa. Ma questa è un’altra storia, che vale ben altre analisi.

In conclusione: solo mettendo insieme Popolari&Populisti, con un candidato adeguato e almeno in apparenza nuovo (come apparentemente “nuovo” è Macrón) la destra italiana può vincere e tentare di governare. Ciò significa trovare una intesa ed una proposta sull’Europa che è l’elemento discriminatorio, così come venticinque anni fa centrale era il rapporto con la Nazione su cui Lega e Msi-Alleanza Nazionale confliggevano in modo dirompente: secessionisti versus nazionalisti. Oggi solo accantonando la diatriba sull’Euro, peraltro non vincente, in una proposta politica più concreta e comprensibile e comunque unificante, la destra può apparire convincente anche nei confronti di chi teme la fuoriuscita  dall’Europa.

Popolari&Populisti insieme è assolutamente necessario anche per evitare che prevalga una parte del Paese contro l’altra. Se dovesse prevalere Grillo sarebbe la vittoria dei Populisti contro le forze politiche tradizionali, ancorate comunque all’Europa. Se dovesse prevalere Renzi sarebbe comunque la vittoria della sinistra socialdemocratica, fondamento della burocrazia Europea, contro le esigenze di rottura interpretate dalla varie forze populiste. L’Italia ne uscirebbe comunque spaccata, le due metà l’una contro l’altra armate in una contesa senza fine. Se, invece, dovesse prevalere la alleanza tra Popolari&Populisti, che solo il centrodestra può realizzare, per evidenti motivi storici e culturali, si potrebbe superare questa dicotomia o comunque tentare di farlo in una sintesi politica e in una proposta di governo che potrebbe aspirare a rinnovare e sanare l’Italia, dando un esempio sulla strada da seguire alle altre destre d’Europa.

Servono, però, lo ripetiamo due condizioni necessari: un leader, o comunque un candidato premier che esemplifichi nel suo essere la esigenza di novità, e un programma che sia più convincente di quello che la Le Pen ha esposto agli elettori francesi nel dibattito televisivo perso con Macròn. Popolari&Populisti si mettano al lavoro e possono farcela.

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